| Enrico VII | |
|---|---|
| Enrico VII d'Inghilterra | |
| Re d'Inghilterra e Signore d'Irlanda | |
| In carica | 22 agosto 1485 - 21 aprile 1509 |
| Incoronazione | 30 ottobre 1485 |
| Predecessore | Riccardo III d'Inghilterra |
| Erede | Arturo Tudor |
| Successore | Enrico VIII d'Inghilterra |
| Trattamento | Maestà |
| Nascita | Castello di Pembroke, 28 gennaio 1457 |
| Morte | Richmond, 21 aprile 1509 |
| Sepoltura | Abbazia di Westminster, Londra |
| Casa reale | Tudor |
| Padre | Edmondo Tudor |
| Madre | Margaret Beaufort |
| Consorte | Elisabetta di York |
| Figli | Principe Arturo, Regina Margherita, Re Enrico VIII, Regina Maria |
| Firma | |
Enrico Tudor (Castello di Pembroke, 28 gennaio 1457 – Richmond, 21 aprile 1509) fu, con il nome di Enrico VII, Re d'Inghilterra e Lord d'Irlanda dal 22 agosto 1485 alla sua morte. Capostipite della dinastia Tudor, Enrico era figlio di Edmondo Tudor, fratellastro di Enrico VI d'Inghilterra, e di Margaret Beaufort, discendente dei Lancaster. Enrico conquistò la corona alla Battaglia di Bosworth Field sconfiggendo Riccardo III d'Inghilterra e ponendo fine alla guerra delle due rose: egli fu l'ultimo re inglese a dover conquistare il trono con la spada.
Tenace uomo politico, Enrico riuscì a procurare al suo paese un'influenza notevole nella politica europea, grazie soprattutto all'alleanza con la Spagna, stipulata attraverso il matrimonio del figlio Arturo con Caterina d'Aragona, figlia del sovrano Ferdinando II d'Aragona. Celebre è anche la sua lotta contro la clientela nobiliare e l'arroganza dei magnati, durante la quale riuscì abilmente ad ottenere l'appoggio del parlamento, che si concluse con l'imposizione del rispetto delle leggi e con la creazione di un'amministrazione efficiente[1].
Enrico nacque al castello di Pembroke, nel Galles, il 28 gennaio 1457 da Margaret Beaufort e da Edmondo Tudor che morì pochi mesi prima della sua nascita[2]. Suo nonno per parte paterna era Owen Tudor e sua nonna era Caterina di Valois che aveva seduto sul trono di regina quale moglie di Enrico V d'Inghilterra. La famiglia di Owen era originaria di Anglesey ed egli era arrivato a corte come paggio di Sir Walter Hungerford, col quale visse le vicende belliche inglesi in Francia[3][4]. Si dice che, dopo essere rimasta vedova, Caterina abbia sposato segretamente Owen[5]. Quest'indiscrezione non è documentata da alcuna fonte scritta: in ogni caso Edmondo fu creato Conte di Richmond nel 1452 e dichiarato legittimo dal fratellastro Enrico VI[6][7].
In ogni caso le pretese che Enrico poteva vantare al trono venivano dalla madre, Margaret. Ella era infatti parte della famiglia Beaufort ed era la bisnipote di Giovanni di Gand, terzogenito di Edoardo III d'Inghilterra, attraverso uno dei figli che aveva avuto dall'amante, e poi moglie, Katherine Swynford[8]. Le pretese di Enrico alla corona erano comunque tenui: le basi della sua legittimità erano una donna e una discendenza illegittima, mentre i castigliani potevano vantare dei diritti più solidi di quelli vantati dal Tudor. Giovanni di Gand, infatti, si era sposato in seconde nozze con Costanza di Castiglia e da lei aveva avuto una figlia, Caterina di Lancaster, la quale poi aveva sposato il cugino Enrico III di Castiglia[9]. Caterina poteva reclamare il trono per il figlio Giovanni sulla base di una prole nata da un legittimo matrimonio e non entro una relazione adulterina successivamente legalizzata. Fu infatti Riccardo II d'Inghilterra che legittimizzò i fratellastri con una lettera patente nel 1397 e dieci anni dopo tale decisione fu riconfermata da Enrico IV d'Inghilterra, che succedette al cugino Riccardo, il quale specificò però che non potevano vantare alcuna pretesa al trono[10]. Questa clausola era di dubbia legalità dal momento che i Beaufort erano stati legalizzati da un atto del Parlamento, ma la posizione di Enrico Tudor, in prospettiva, ne usciva di sicuro indebolita.
| Trattamenti di Enrico VII |
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| Re d'Inghilterra e Signore d'Irlanda | ||
| Trattamento di cortesia | Sua Maestà | |
| Trattamento colloquiale | Vostra Maestà | |
| Trattamento alternativo | Sir | |
| I trattamenti d'onore | ||
Quando Enrico nacque la guerra era scoppiata da poco e suo padre era già morto: Edmondo morì presso il castello di Carmarthen tre mesi prima della nascita del figlio a causa di una pestilenza[11], lasciando una vedova adolescente. Di Margaret (la quale due mesi dopo si risposò con Henry Stafford[12]) e di Enrico si prese cura il fratello di Edmondo, Jasper Tudor[13]. Quando però gli yorkisti nel 1461 presero il potere e al trono salì Edoardo IV d'Inghilterra, Jasper dovette fuggire in Bretagna. Il castello di Pembroke e il contado andarono infatti a William Herbert, I conte di Pembroke (1423 circa-27 luglio 1469)[12] e Margaret ed Enrico dovettero rimanere con lui. Le sorti si capovolsero nel 1469 quando Richard Neville, XVI conte di Warwick, tradì gli yorkisti passando ai lancasteriani. Il 26 luglio Warwick e Herbert si scontrarono alla battaglia di Edgecote Moor. La battaglia volse a favore dei Lancaster e Herbert fu preso e giustiziato[12]. L'anno seguente, con Enrico VI d'Inghilterra di nuovo sul trono, Jasper poté tornare in patria e andò a corte insieme con la cognata e il nipote.
La pace durò poco: l'anno seguente Edoardo IV d'Inghilterra (1471) tornò con un imponente esercito e i lancasteriani vennero battuti. Jasper tornò in Bretagna con Enrico, che ormai era considerato una minaccia perché pretendente al trono per i Lancaster[12], mentre Margaret dovette rimanere in Inghilterra e venne fatta sposare, nel 1472, a Thomas Stanley, I conte di Derby di provata fede yorkista[14]. All'alba del 1471 Enrico era comunque l'unico esponente maschile dei Lancaster che era rimasto, dato che Enrico VI era stato assassinato nella Torre di Londra nel medesimo anno e che suo figlio Edoardo di Lancaster era morto nella battaglia di Tewkesbury, combattuta nel maggio dello stesso anno. A partire dal 1471 fino al 1485, quindi, il giovane Enrico e lo zio Jasper vissero alla corte del duca Francesco II di Bretagna[13][12], ove il giovane poté raffinare la propria educazione e fare apprendistato politico-militare. Le offese lanciategli da Edoardo IV (the imp, cioè "il piccolo demonio"; the only one left Henry's VI brood, cioè "l'unico rimasto della nidiata di Enrico VI"[12]) erano le uniche armi rimaste che potevano colpire il giovane rivale.
ll giorno di Natale del 1483 Enrico, ormai venticinquenne, s'impegnò presso la cattedrale di Rennes di sposare Elisabetta di York[12][15], unica erede di Edoardo IV d'Inghilterra, dal momento che i suoi figli maschi, i Principi nella Torre, erano probabilmente morti. Il matrimonio, se mai fosse avvenuto, avrebbe unito gli York e i Lancaster. Dopo questo impegno Enrico ricevette l'omaggio di tutti i suoi sostenitori. Per conquistare un trono occorrevano uomini, denaro e mezzi e dopo aver ottenuto i primi ottenne anche i secondi per mano di Francesco II di Bretagna. Enrico tentò di attraccare sulle coste inglesi, ma il piano si risolse in un'enorme insuccesso. Il piano portò anche alla morte di Henry Stafford, II duca di Buckingham, uno dei più grandi sostenitori che aveva in patria, che venne scoperto quale traditore e giustiziato[16]. Dopo la morte di Edoardo IV, al trono era salito suo fratello Riccardo III d'Inghilterra che, d'accordo con il primo ministro di Francesco II, Pierre Landais (1430-1485), tentò di far estradare Jasper ed Enrico per poterli arrestare e giustiziare[17]. Il piano però fallì perché essi fuggirono in Francia, avvisati dal presule inglese John Morton di quello che stava accadendo[12].
I francesi li accolsero con calore e vennero forniti dei mezzi necessari per una spedizione militare, tra cui un piccolo contingente di francesi[18] (guidato da Philibert de Chandee[19][20]), scozzesi e 400 inglesi insofferenti verso il governo del nuovo re Riccardo III. Questi ultimi furono posti sotto il comando di Richard Guildford[19]. È curioso sottolineare il sostegno militare francese ad un pretendente alla corona inglese. Gli storici hanno ipotizzato che Carlo VIII di Francia, sostenendo il candidato dei Lancaster al trono di Inghilterra, suscitasse ulteriori diatribe interne al reame anglico, permettendo così alla Francia di concentrarsi sull'acquisizione della Bretagna[18]. Grazie a questi aiuti Enrico e lo zio partirono da Honfleur il 1º agosto e attraccarono il 7 dello stesso mese[19] a Milford Haven[13], nel Pembrokeshire (Galles), terra natia della famiglia Tudor. Ivi Enrico baciò il suolo patrio esclamando[19]:
| (EN) « Judge me, Lord, and fight my cause. » |
(IT) « Giudicami, o Signore, e combatti per la mia causa » |
Accompagnati da John de Vere, XV conte di Oxford, i due Tudor marciarono verso l'Inghilterra, mettendo insieme lungo la marcia un notevole supporto di volontari rimpolpando l'esercito di Enrico di circa 5 000 uomini[10]. Se da parte di madre Enrico era inglese, suo padre era legato al Galles, suo nonno era di una famiglia di Anglesey che sosteneva di discendere da Cadwaladr Fendigaid ap Cadwallon e in almeno un'occasione Enrico usò il suo drago rosso come vessillo[21]. La sua ascendenza gallese fece sì che, al momento di combattere, Enrico potesse mettere insieme del supporto militare aggiuntivo e garantirsi una sorta di lascia passare che gli permise di attraversare il Galles e arrivare a Market Bosworth[18]. Enrico sapeva che per vincere doveva attaccare e mettere sotto assedio Riccardo il più velocemente possibile prima che egli ricevesse rinforzi dal Nottinghamshire e da Leicester. Riccardo dal canto suo sapeva di dover evitare a ogni costo di essere ucciso. I due eserciti si incontrarono presso Bosworth Field il 22 agosto 1485[19] e gli yorkisti, benché più numerosi, furono sconfitti, a causa del tradimento di alcuni dei più fedeli alleati di Riccardo come Henry Percy, IV conte di Northumberland, William Stanley (1435 circa-10 febbraio 1495) e Thomas Stanley, I conte di Derby[18]. Nella battaglia Riccardo rimase ucciso, Enrico divenne re e la guerra delle due rose finì.
Ora che era re (fu incoronato all'Abbazia di Westminster il 30 ottobre 1485[22]), Enrico doveva mantenere il trono ben saldo nelle sue mani dal momento che, in definitiva, il suo lignaggio reale risaliva niente meno che a Edoardo III d'Inghilterra e a suo figlio Giovanni di Gand morti ormai da circa un secolo. Il 18 gennaio 1486[23] tenne fede al proprio impegno e sposò presso l'Abbazia di Westminster Elisabetta di York, che era sua terza cugina discendendo anch'ella da Giovanni di Gand attraverso uno dei suoi numerosi figli. Il matrimonio venne fatto senz'altro in segno di pacificazione, ma anche perché i loro figli avrebbero potuto ereditare il trono senza problemi avendo due genitori che discendevano dalle famiglie che avevano regnato, a intermittenza, per l'ultimo secolo. L'unione fu simboleggiata anche dalla creazione della Rosa dei Tudor che univa in sé il bianco degli York e il rosso dei Lancaster. Poco dopo Enrico chiese e ottenne dal Parlamento la revoca del Titulus Regius[24], decreto voluto da Riccardo III che dichiarava illegittimi i figli di Edoardo IV e della moglie Elisabetta Woodville perché il loro matrimonio non era stato valido[25].
Un altro provvedimento fu di rendere retroattiva a Bosworth la sua "nomina" a re[26]: in questo modo tutti coloro che avevano combattuto per Riccardo potevano essere arrestati per tradimento. Di conseguenza, poté confiscare legalmente tutte le proprietà che erano appartenute al precedente sovrano e incamerarle per sé. In alcuni casi Enrico si dimostrò magnanimo, graziò l'erede di Riccardo, John de la Pole, I conte di Lincoln[27], e creò Margaret Pole Contessa di Salisbury. Enrico non convocò il Parlamento se non dopo la sua incoronazione e subito dopo emanò un editto secondo il quale chiunque gli avesse giurato fedeltà avrebbe potuto ritenersi al sicuro da ogni rappresaglia sulla propria persona o sulle sue proprietà. Uno degli altri metodi usati per tenere al sicuro la corona fu quello di privare i nobili di buona parte del loro potere[28], agendo specialmente contro la pratica ampiamente diffusa fra i feudatari di avere un grande numero di "riservisti" che indossavano le insegne del nobile in questione andando a formare, di fatto, un esercito privato. A consolidare ulteriormente la posizione del re Tudor, Papa Innocenzo VIII emanò una bolla nel 1486[29] con la quale considerò legittima la conquista di Enrico VII del trono inglese.
Ovviamente il regno non filò sempre liscio e vi furono diverse ribellioni. La prima, ricordata come la Stafford and Lovell Rebellion, sorse nel 1486 e collassò prima che si cominciasse a combattere sul serio. Nel 1487 gli yorkisti superstiti si collocarono sotto la bandiera di Lambert Simnel[1], marionetta nelle mani degli avversari di Enrico VII (tra cui vi fu il recidivo John de la Pole), che pretendeva di essere Edoardo di York (1475-1499), figlio di Giorgio di Clarence, ancora languente nelle prigioni della Torre di Londra[30]. Il re affrontò i ribelli (supportati dagli Irlandesi[31]) nella Battaglia di Stoke Field (avvenuta il 16 giugno)[31], sconfiggendoli. Simnel, per la sua giovane età, non fu giustiziato e finì a lavorare nelle cucine reali[32].
Nel 1490 fu un altro usurpatore, Perkin Warbeck, a guidare una rivolta. Warbeck si era guadagnato l'appoggio di Margherita di York, sorella di Edoardo IV, convincendola di essere suo nipote Riccardo di Shrewsbury scampato miracolosamente alla prigionia della Torre. Warebek, autoproclamatosi re col nome di Riccardo IVm provò a sollevare gli irlandesi nel 1491[33] e l'Inghilterra nel 1495. Infine l'anno seguente convinse Giacomo IV di Scozia a tentare la stessa impresa[34]. La ribellione di Warbeck fu più duratura di quella di Simnel, grazie anche al supporto delle potenze politiche straniere di Francia e Scozia[35]. Nonostante ciò, anche Warbeck fu destinato ad una morte violenta: nell'agosto del 1497[36] Warbeck sbarcò in Cornovaglia con un pugno di uomini e, sconfitto a Taunton da Daubeney[37], fu catturato e giustiziato nella Torre di Londra nel 1499[38].
Tra le ribellioni di Simnel e Warbeck, Enrico s'impegnò, unica volta nel suo ventennale regno[38], in un'impresa bellica sul suolo francese: la difesa della Bretagna. Patria d'elezione del sovrano Tudor, come già emerso nella parte relativa alle vicende giovanili, la Bretagna era agognata dal sovrano francese Carlo VIII di Valois, il quale intendeva impossessarsi del ducato completando l'opera di riunificazione del territorio francese già compiuta dai suoi predecessori. Enrico intendeva invece mantenere la penisola bretone nell'area di influenza inglese (Trattato di Readon, 1489[39]), evitando inoltre il progetto di matrimonio tra Carlo e l'ereditiera al ducato, Anna di Bretagna. Pertanto, si giunse da ambo le parti a una guerra che portò a una serie di sporadiche azioni militari (assedio di Boulogne da parte di Enrico nell'ottobre del 1492) che si conclusero col Pace di Etaples, del 3 novembre 1492[40][41]: Enrico avrebbe abbandonato ogni pretesa sulla Bretagna[34], mentre Carlo avrebbe rinnegato le pretese di Warbeck al trono inglese[34], pagando inoltre un'indennità di 50 mila sterline all'Inghilterra[34][41].
Il capolavoro di Enrico consistette, comunque, nell'abilità con cui amministrò gli affari interni del Regno, determinando una vera e propria centralizzazione del potere reale a discapito di quello nobiliare. Enrico promosse, in primo luogo, un sistema meritocratico al servizio della Corona[42], ponendo ai vertici delle istituzioni politiche e militari uomini fedeli ai Tudor: Reynold Bray, Richard Empson ed Edmund Dudley occuparono il rango di consiglieri del sovrano, esercitando una notevole influenza[43], mentre John Morton (l'ecclesiastico che salvò la vita ad Enrico e allo zio Jasper) divenne cancelliere reale e arcivescovo di Canterbury[44]. Era necessario, però, che questo nuovo ceto politico espletasse le sue funzioni in un nuovo organo politico. A tale proposito, Enrico istituì la camera stellata (Star Chamber), un apposito tribunale che impose alle fazioni aristocratiche il rispetto della legge[28], e coerentemente con queste operazioni il re espulse dal consiglio regio (di cui si servì molto, al contrario di quanto fece col parlamento) tutti i nobili senza meriti di fedeltà e competenza. Questo vero e proprio consiglio reale funzionò anche dopo la morte di Enrico: il Cardinale Wolsey guidò la politica inglese nei primi vent'anni di regno di Enrico VIII, fino alla sua caduta nel 1529[28].
In campo commerciale, Enrico VII cercò inoltre di proteggere i manufatti inglesi dall'agguerrita politica commerciale delle altre nazioni europee, intraprendendo così una politica mercantilistica. Da secoli, infatti, l'Inghilterra esportava nelle Fiandre la lana per poter essere lavorata nelle industrie manifatturiere. Dopo aver raggiunto un grande periodo di prosperità economica nel XIII/XIV secolo, i commerci inglesi declinarono nel corso dell'ultima fase della guerra dei cent'anni, quando i rapporti tra Inghilterra e Borgogna (che controllava appunto le Fiandre) si ruppero. La guerra delle due rose, poi, determinò un periodo di instabilità politica che si ripercosse anche sui commerci esteri[45]. Quando Enrico ascese al trono nel 1485, il sovrano si adoperò perché i commerci potessero prosperare e far uscire così il Regno dalla spirale di recessione economica in cui era caduto. Grazie a un'accorta serie di trattative, Enrico stipulò con le città fiamminghe il magnus intercursus[46], col quale garantiva un riallacciamento dei rapporti mercantili.
Altri accordi di carattere commerciale furono stipulati con le seguenti nazioni:
L'Irlanda, per tutta la guerra delle due rose, parteggiò attivamente a favore del partito yorkista. Saggiamente, il sovrano tudor non si vendicò degli isolani, e non cercò neanche di imporre attivamente un esercizio diretto sull'Isola, dal momento che essa era divisa in clan tra i quali primeggiavano i Geraldine e i Butler[48] e soltanto l'area circostante Dublino (il Pale) era sotto il diretto controllo degli inglesi[48]. Pertanto, Enrico si limitò ad autoproclamarsi Lord d'Irlanda e a nominare un luogotenente i membri delle due famiglie prima citate. Soltanto nel corso, però, della rivolta di Warbeck e di come questi avesse trovato negli irlandesi degli alleati, Enrico cercò di sbarazzarsi dei fastidiosi clan irlandesi e di imporre un governo centralizzato sull'isola, guidato de jure dal futuro Enrico VIII, ma gestito da sir Edward Poynings. Questi cercò di far passare la "Poyning's Law" a Drogheda (1º dicembre 1494), con cui l'Irlanda doveva essere posta giuridicamente sotto il controllo del re inglese[49]. I costi per il mantenimento di un parlamento inglese, però, risultarono troppo elevati, e pertanto Enrico VII ritornò al vecchio sistema[48]. Sarà il figlio Enrico VIII, nel 1541, a farsi proclamare Re d'Irlanda e a unificare ulteriormente l'isola di smeraldo all'Inghilterra.
Enrico VII, da come si è dedotto nel paragrafo precedente, rivolse gran parte della propria attenzione al rafforzamento dell'economia inglese, specie per quanto riguardava il commercio marittimo. Per perseguire tale strada, Enrico decise di gettare le basi per la creazione di una potente flotta. Le motivazioni, però, erano anche di carattere difensivo: l'Inghilterra era debole militarmente e aveva bisogno di difendersi da eventuali invasioni. Pertanto, re Enrico creò nel 1495 il primo bacino di carenaggio a Portsmouth, gettando le basi per lo sviluppo della Royal Navy[45]. Enrico inoltre provava una forte attrazione per i recenti viaggi oceanici compiuti prima da Vasco da Gama e poi da Cristoforo Colombo. Decise pertanto di sostenere le idee dell'esploratore veneziano Giovanni Caboto, convinto assertore del fatto che Colombo non avesse trovato la rotta verso le Indie Occidentali. Con delle lettere patenti datate 5 aprile 1496[50], Enrico diede il proprio sostegno a Caboto, il quale partì da Bristol ai primi di maggio[50] e facendo vela verso occidente. In questo primo viaggio, Caboto scoprì Terranova (o il Labrador), prendendone possesso in nome dell'Inghilterra[50]. Ritornato nell'agosto a Bristol, Caboto fu osannato dalla folla e celebrato dallo stesso sovrano il quale, entusiasta, finanziò una seconda spedizione (sempre da Bristol, estate del 1498[50]) della quale protagonista fu però il figlio di Giovanni, Sebastiano Caboto. Se del primo non si è più saputo nulla, del secondo sappiamo che compì delle esplorazioni ulteriori lungo le coste dell'America settentrionale. La spedizione, però, non portò ai risultati sperati da Enrico (il quale intendeva appunto raggiungere il Cipango tanto agognato da Colombo) e, dopo il ritorno della spedizione guidata da Sebastiano, decise di accantonare ulteriori progetti di spedizione[50].
L'importanza che la madre di Enrico VII ebbe nella vita del figlio è pressoché indiscutibile, sia dal punto di vista politico, sia da quello privato[51]. Donna colta, austera e di rigidi costumi, Margaret Beaufort aveva un altissimo senso della dignità regale, surclassando la nuora Elisabetta nei compiti di rappresentanza ufficiali (benché si dimostrasse attenta a non oltrepassare i limiti dell'etichetta di corte). Enrico si appoggiò alla madre sia in questioni di carattere politico (era solito recarsi nella sua residenza), sia in campo domestico (in seguito alla nascita dei nipoti, Margaret ebbe il controllo della nursery). Inoltre, a segnalare il suo ruolo, a partire dal 1499 cominciò a firmarsi Margaret R., dove quella "R" finale starebbe a significare il vocabolo latino "regina"[51].
Dopo aver eliminato gli usurpatori del suo trono, Enrico poté procedere con tutta tranquillità colla creazione di solide alleanze in politica estera, e all'ulteriore rafforzamento della fragile situazione finanziaria inglese, da taluni considerata ulteriormente esosa ed eccessiva[52]. Per quanto concerne la politica estera, Enrico VII era convinto che il debole regno inglese potesse sopravvivere tramite una fitta rete di matrimoni combinati con i grandi reami del continente, in primis la Francia e poi il neonato regno di Spagna[53].
Dopo la parentesi bellica con la Francia di Carlo VIII, Enrico mantenne una politica neutrale nei confronti del suo successore, Luigi XII (1498-1515), non intromettendosi nelle feroci guerre italiane condotte dal monarca. Decise quindi di dare in sposa la quintogenita Maria al nuovo re di Francia, ormai cinquantatreenne, del quale Enrico temeva la potenza militare, mentre per assicurarsi la pace ai confini settentrionali, fece sposare la figlia Margherita con il re di Scozia, Giacomo IV di Scozia (1503)[38], sperando così di rompere la Auld Alliance vigente fin dal XIV secolo tra Scozia e Francia.
Il vero capolavoro della politica estera di Enrico fu però il matrimonio tra il figlio primogenito Arturo con la principessa spagnola Caterina d'Aragona, nell'anno 1501 (i primi rapporti amichevoli con la Spagna furono stabiliti in occasione del Trattato di Medina del Campo, nel 1489)[41]. Quando però Arturo, già di costituzione fragile, morì il 2 aprile del 1502[54] (lutto che prostrò notevolmente l'animo del sovrano, in quanto il suo primogenito era considerato il suo figlio prediletto), Enrico decise di ripiegare sul secondogenito Enrico, ma le lungaggini delle trattative, unite anche ad alcuni problemi di dote, impedirono l'unione tra i due che si realizzò poco dopo l'ascesa del giovane principe come re Enrico VIII, nel 1509[55].
In politica finanziaria, l'ultimo decennio di regno vide un inasprimento del carico fiscale sui sudditi. A testimonianza di ciò, l'umanista italiano (poi anglicizzato) Polydore Vergil scrisse[19]:
| « Egli infatti cominciò a trattare la sua gente con maggior durezza e severità di quanto fosse stata prima sua abitudine, allo scopo come egli stesso affermava, di ottenere che si mostrassero più che mai a lui obbedienti e sottomessi. Il popolo, però, aveva tutt'altra spiegazione di questo suo comportamento, persuaso com'era di soffrire, non per via dei propri peccati, ma per colpa della brama di possesso del monarca. Che questi fosse avido fin dall'inizio, non si può dirlo per certo; in seguito, però, la sua cupidigia divenne manifesta » |
| (Kenneth O'Borgan, Storia dell'Inghilterra da Cesare ai giorni nostri, p. 208) |
Con gli anni, la tempra del re declinò sempre di più: nel 1503 gli morì l'amata moglie Elisabetta[56], in seguito a un parto travagliato. Enrico VII morì di tubercolosi il 25 aprile del 1509[52], lasciando un erede poco più che diciottenne (che però disistimava[57]) e una madre ottantenne in qualità di esecutrice delle sue volontà.
Benché Enrico VII non sia ricordato come un uomo dotato di profonda cultura[58], il primo sovrano Tudor gettò le basi per lo sviluppo dell'umanesimo inglese grazie alla sua opera riparatrice. Fu proprio tra il XV e il XVI secolo che i primi impulsi rinascimentali giunsero dal Continente, attirando a sé l'attenzione di alcuni giovani intellettuali quali John Colet e Tommaso Moro, entrambi influenzati dall'umanesimo cristiano propugnato dall'amico Erasmo da Rotterdam[59][60]. Re Enrico si concentrò sugli sforzi culturali quando vi vedeva un fine pratico, volto a rinsaldare il prestigio della monarchia tudoriana. Fatto esemplare di questa concezione dell'arte posta al servizio dello Stato fu la realizzazione della Henry VII Chapel, cappella realizzata all'estremità orientale dell'abbazia di Westminster[61]. Concepita inizialmente come luogo di culto ove poter venerare i resti mortali di Enrico VI[61] (considerato come santo dalla popolazione e, per questo motivo, oggetto di propaganda da parte dei Tudor per rafforzare la loro posizione[62]), la cappella divenne poi il sepolcro dei sovrani inglesi (compreso Oliver Cromwell, fino alla restaurazione del 1661) fino a Giorgio II di Hannover (1727-1760)[61]. Elegantissimo ed ultimo esempio di architettura tardo-gotica (prima dell'avvento dello stile Tudor), la cappella fu probabilmente realizzata da Robert Janyns Jr.[61] e, per la magnificenza e la raffinatezza degli interni, può essere considerata come uno dei gioielli dell'arte britannico[61].
Enrico VII non si limitò, in campo propagandistico, a patrocinare la costruzione della Henry VII Chapel quale luogo di culto per lo zio Enrico VI. Oltre ad enfatizzare i suoi legami con i Lancaster e a mitizzare le origini dei Tudor, Enrico favorì l'elaborazione di scritti volti a distruggere l'immagine dei membri del casato degli York, affidandone l'incarico al già citato umanista Polydore Vergile. Costui, nella sua Three books of Polydore Vergile's English History[63], demonizzò le immagini di Edoardo IV e di Riccardo III, dipingendoli come esseri immorali coinvolti nei più scabrosi intrighi famigliari e politici. In sostanza, la produzione di Vergile fu il modello per la History of King Richard III di Moro e per l'omonima tragedia di William Shakespeare[63].
| (EN) « His body was slender, but well built and strong; his height above average. His appearance was remarkably attractive and his face cheerful, especially when speaking; his eyes were small and blue, his teeth few, poor and blackish; his hair was thin and white; his complexion sallow. His spirit was distinguished, wise and prudent; his mind was brave and resolute, and never, even at moments of greatest danger, deserted him. He had a most pertinacious memory. With all he was not devoid of scholarship. In government, he was shrewd and prudent, so that no one dared to get the better of him through deceit and guile. He was gracious and kind and he was as attentive to his visitors as he was easy of access. His hospitality was splendidly generous; he was fond of having foreigners at court…..but those of his subjects who were generous only with promises he treated with harsh severity. He was most fortunate in war, although he was more inclined to peace. He cherished justice above all things. He was the most ardent supporter of our faith and daily participated with great piety in religious services. But all these virtues were obscured latterly by avarice. In a monarch it maybe considered the worst vice, since it is harmful to everyone. » |
(IT) « Il suo corpo era magro, ma ben fatto e forte; la sua altezza superiore al normale. Il suo aspetto era notevolmente affascinante e il suo volto allegro, specialmente quando parlava; i suoi occhi erano piccoli e blu, i suoi denti pochi, scarsi e nerastri; i suoi capelli erano sottili e bianchi; la sua carnagione giallastra. Il suo spirito era nobile, saggio e prudente; la sua mente era ardita e risoluta, e mai, anche nei momenti di più grande pericolo, gli venne meno. Egli aveva una grandissima memoria. Con tutto quello che egli non era privo di istruzione. Nel governare, egli era accorto e prudente, cosicché nessuno osava ottenere più di lui attraverso l'inganno e l'astuzia. Egli era gentile e dolce ed era tanto premuroso con i suoi ospiti quanto egli era facile all'ira. La sua ospitalità era enormemente generosa; egli era appassionato di avere stranieri alla corte...ma questi dei suoi sudditi che erano generosi solo con le promesse, egli li trattava con inaudita severità. Egli era fortunatissimo in guerra, benché egli più incline alla pace. Aveva a cuore la giustizia sopra ogni cosa. Era il più ardente sostenitore della nostra fede e quotidianamente partecipava con grande pietà nelle funzioni religiose. Ma tutte queste virtù furono oscurate, più tardi, dall'avarizia. In un sovrano, considerata forse il peggior vizio, da quando essa è dannosa a ognuno » |
| (Polydore Vergile, The Anglia Historia) | |
Così Polydore Vergil ci delinea la figura fisica e spirituale del sovrano[64][65]. In quanto panegirico (fu scritto dopo la morte del sovrano), bisogna saper prendere questo documento come un elogio enfatizzante la figura del sovrano appena scomparso, benché i tratti somatici corrispondano effettivamente alla realtà (come si può desumere dalle fonti iconografiche e dalla maschera mortuaria). Riguardo alle qualità e ai vizi di Enrico VII, il Vergile sottolinea alcuni elementi che troveranno riscontro anche in altre personalità contemporanee del primo sovrano Tudor, oppure dei posteri delle attività successive. Esattamente: la saggezza politica, l'amore per la pace e la giustizia, l'astuzia, la freddezza politica. Ecco un passo dell'orazione funebre del vescovo John Fisher[66]:
| (EN) « His politic wisdom in government was singular; his reason pithy and substantial, his memory fresh and holding, his experience notable, his counsels fortunate and taken with wise deliberation, his speech gracious in diverse languages…….his dealings in time of peril and dangers was cold and sober with great hardiness. If any treason was conspired against him it came out most wonderfully. » |
(IT) « La sua saggezza politica nell'arte del governo fu singolare; la sua ragione concisa e solida, la sua memoria fresca e pratica, la sua esperienza notevole, i suoi consigli fortunati e presi con saggia deliberazione, il suo eloquio grazioso in diverse lingue...i suoi comportamenti nel tempo del periglio e dei pericoli erano freddi e sobri con grande vigore. Se nessun tradimento fu cospirato contro di lui, giunse fuori più meravigliosamente. » |
Edward Hall, Richard Grafton, John Stow, Thomas More, John Fisher e l'umanista italiano Polydore Vergil furono i primi intellettuali ad offrire un'immagine dell'azione politica di Enrico VII, concentrandosi dunque sul suo ruolo pacificatore dopo trent'anni di guerra civile. Tra costoro, Polydore Vergile e John Fisher tratteggiarono (come si è potuto leggere) anche il lato "umano" e non solo "regale" di Enrico, ma bisognerà aspettare la fine dell'era tudor per avere un'opera che dipinga ampiamente anche il lato umano del fondatore della dinastia. Questo compito spettò al filosofo e parlamentare Francis Bacon, il quale dedicò la sua Historie of the Raigne of King Henry the Seventh al principe di Galles, Carlo, nel 1622[67]. Bacon, oltre ad elogiare Enrico quale il più grande legislatore che l'Inghilterra abbia mai avuto dai tempi di Edoardo I Plantageneto (1277-1307)[68] e quella di un principe prudente ed estremamente abile[69], nel contempo lo dipinge come un uomo serio, freddo, e avido[70], ricavando quest'ultima impressione dalla testimonianza del Vergil.
I giudizi contemporanei su Enrico VII sono contrastanti: Kenneth O.Morgan, se è duro nel giudicare i regni di Enrico VIII e di Elisabetta I, riconosce perlomeno al primo Tudor l'abilità di gestire le finanze statali e l'amministrazione dello stato, nonostante la sua presunta rapacità[71]; Tom Penn, nel suo libro The Winter King, tratteggia un uomo dedito soltanto alla riscossione delle tasse[72]; benché enigmatico, freddo burocrate e abile manipolatore di uomini (vendette delle cariche governative per rimpinguare le casse statali[66][73]), Enrico riuscì a dare all'Inghilterra quella stabilità e quella sicurezza che non godeva più dai tempi di Enrico V, cioè benessere economico, sicurezza legale e celerità negli atti governativi[74]. Quest'ultima fu dovuto alla centralizzazione del potere monarchico, instaurando quello che alcuni storici definirono "assolutismo parlamentare[75]", cioè un sistema di potere col quale i Tudor esautorarono il Parlamento dalle sue funzioni di controllore della politica monarchica, in favore della Camera stellata e del concilio privato del sovrano. Tanto per dare un'idea, Enrico VII convocò il parlamento solo 7 volte in ventiquattro anni di governo, 5 delle quali tra il 1485 e il 1495, cioè nei momenti critici delle sollevazioni di Simnel e di Warbeck[76]. La saggia politica estera e l'oculata politica economica permisero al successore Enrico VIII di agire liberamente in campo militare (la guerra contro la Francia di Francesco I e quella contro gli scozzesi) allestendo un poderoso esercito, e di avviare la costruzione di sontuosi castelli. Inoltre ebbe un grande ruolo nello stabilire il vantato potere inglese sui mari dando inizio alla fondazione di quello che alla fine divenne il più vasto impero della storia, l'Impero britannico, grazie alle sovracitate azioni di ingegneria navale e al patronato esplorativo. L'opera di ricostruzione del regno, bisogna ammetterlo, fu però facilitata anche dallo stato di prostrazione in cui versava il Regno: con l'assenza di una vera e propria nobiltà di sangue (decimata nella guerra delle due rose), Enrico poté agire liberamente, senza rimanere vincolato nella gestione del potere dai grandi feudatari del regno (come per esempio la controversa figura del Conte di Warwick) e promuovere così membri del ceto medio borghese determinando una vera e propria rivoluzione del panorama sociale che caratterizzò i decenni successivi[39].
Da Elisabetta di York Enrico ebbe:
L'albero genealogico qui riportato è stato realizzato consultando, nei limiti del possibile, le voci di wikipedia in lingua italiana. Mancanti queste, sono state consultate quelle in lingua inglese trattanti le biografie delle singole persone ivi citate.
| Enrico VII Tudor | Padre: Edmondo Tudor |
Nonno paterno: Owen Tudor |
Bisnonno paterno: Maredudd ap Tudur |
Trisnonno paterno: Tudur ap Goronwy |
| Trisnonna paterna: Marged ferch Tomos |
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| Bisnonna paterna: Margaret ferch Dafydd |
Trisnonno paterno: Dafydd Fychan |
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| Trisnonna paterna: Nest ferch Ieuan |
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| Nonna paterna: Caterina di Valois |
Bisnonno paterno: Carlo VI di Francia |
Trisnonno paterno: Carlo V di Francia |
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| Trisnonna paterna: Giovanna di Borbone |
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| Bisnonna paterna: Isabella di Baviera |
Trisnonno paterno: Stefano III di Baviera |
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| Trisnonna paterna: Taddea Visconti |
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| Madre: Margaret Beaufort |
Nonno materno: John Beaufort, I duca di Somerset |
Bisnonno materno: Giovanni Beaufort, I conte di Somerset |
Trisnonno materno: Giovanni di Gand |
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| Trisnonna materna: Katherine Swynford |
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| Bisnonna materna: Margaret Holland |
Trisnonno materno: Thomas Holland, II conte di Kent |
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| Trisnonna materna: Alice FitzAlan |
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| Nonna materna: Margaret Beauchamp di Bletso |
Bisnonno materno: John Beauchamp, di Bletso |
Trisnonno materno: Roger Beauchamp, de jure secondo Barone Beauchamp of Bletsoe |
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| Trisnonna materna: Maria |
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| Bisnonna materna: Edith Stourton |
Trisnonno materno: Sir John Stourton, Sceriffo di Dorset e Somerset |
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| Trisnonna materna: Catherine Beaumont |
| Gran Maestro dell'Ordine della Giarrettiera | |
| Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro | |
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| Controllo di autorità | VIAF: 268547728 · LCCN: n79141291 · GND: 118773712 · BNF: cb12067623p (data) |
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